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18 giugno 2002

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Il giorno in cui mi mandarono di tutto cuore a quel paese

 

Pochi possono dire con assoluta certezza dove e quando siano stati mandati a quel paese, per non dire altrimenti, con tutta l’anima.

18 giugno 2002, Milano, nei pressi della Casa Editrice Rizzoli, all’ora di pranzo. Con Paolo Mieli, entro in un ristorante. Incredibilmente, è del tutto deserto: neppure un avventore. Neanche un avventore, dicevo, ma e i camerieri? Nisba.

Ci sediamo al tavolo d’angolo mentre dalle cucine arrivano, attutiti, il rumorio di un televisore acceso, parlottii e, di quando in quando, grida. Un paio di colpi di tosse per richiamare l’attenzione di qualcuno purchessia. Dopo, il tintinnio insistente di una posata ripetutamente sbattuta sul bicchiere. Niente.

Ci guardiamo in faccia e mi alzo. Busso alla porta della cucina. Trenta secondi buoni, il battente si apre appena e un tale lancia un’occhiata di traverso. Riesco dal pertugio a vedere lo schermo tv. E’ in corso una partita e il personale è là davanti. Il tipo che adesso ha messo fuori tutta la testa mi guarda male. “Cosa vuole?”, fa. “Vorremmo mangiare”, rispondo già conscio che per quanto ovvia sia la mia risposta in un ristorante non sarà bene accolta. “Che partita è?”, chiedo quindi con un sorriso amichevole e per accattivarmelo. “Italia/Corea del Sud”, replica il desso tra l’arrabbiato e il meravigliato. “Ma davvero non sa che oggi la nostra nazionale si gioca l’accesso ai quarti del Mondiale? Le trovo qualcuno”, conclude e si ritira mandandomi, e lo si vede benissimo, mentalmente a quel paese.

L’ora e il pranzo seguenti? Un disastro. I cibi cotti e non cotti da un cuoco che senza dubbio nel cucinare ci malediceva perché lo allontanavamo dalla tv, il servizio buttato là da un ragazzotto che si sbrigava in cinque secondi e subito spariva tanto che risultava difficile anche farsi portare una coca cola. Alla fine, eliminata, come capimmo da grida disperate, l’Italia con un gol nei tempi supplementari e finalmente di nuovo in sala i camerieri, un’aria irrespirabile e sguardi che ci fulminavano. Scommetto che almeno un paio tra quei tali pensavano che la sconfitta fosse colpa nostra.

Due giorni dopo, sulla Gazzetta dello Sport, ecco un mio lungo articolo nel quale, dopo avere rivisto la partita per essere in grado di dare un giudizio sul suo criticatissimo operato, sostengo che tutte le decisioni avverse alla nazionale prese dall’arbitro Byron Moreno sono giuste e corrette rispettando assolutamente i termini regolamentari. Non mi era bastato, di tutta evidenza, essere mandato dove ben si sa dai gestori, dai cuochi e dai camerieri di quel benedetto ristorante. Aspiravo, e ci riuscii, a che con ogni loro forza a quel paese mi spedissero tutti gli italiani ad una sola voce!