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Una lezione di economia
(Gualtiero Jacopetti)

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17 agosto 2011

Gli amici se ne vanno. Scontato dirlo, ma è quel che ho pensato nell’apprendere oggi della scomparsa alla bella età di quasi novantadue anni Gualtiero Jacopetti.

Uomo necessariamente d’altri tempi, il Nostro merita un ricordo acchè gli anziani dicano “Ah, lo rammento” e il giovani ne abbiano una qualche contezza.

Gualtiero Jacopetti

Brillante e facondo, ebbi a frequentarlo e, non oltre due o tre anni fa, ad immaginare a Varese la presentazione di uno dei suoi film migliori, il contestatissimo e vero ‘Africa addio’.
Riporto qui di seguito quanto scrissi sette anni orsono (rieleggendomi, mi rendo conto che all’epoca erano ancora vivi Dino Risi e Mario Monicelli, che in differenti circostanze hanno contato non poco per me) personalità, frequentazioni e stile nella narrazione.

“Fine gennaio 2004. Complice Maurizio Cabona, eccomi a pranzo con Gualtiero Jacopetti. Il regista di ‘Mondo cane’ e ‘Africa addio’ è in piena forma e, d’altra parte, come potrebbe essere altrimenti visto che con i suoi ottantaquattro anni suonati è il più giovane tra i Grandi Vecchi del cinema italiano considerato che Dino Risi, Mario Monicelli e Alberto Lattuada potrebbero essere i suoi fratelli maggiori? Parliamo del più e del meno: dei film che ha girato, degli amici di un tempo che fu, di Indro Montanelli, degli editori che ha conosciuto…

Ricorda in particolare il vecchio Angelo Rizzoli il quale apprezzava le sue doti di giornalista e che, a un certo punto, gli aveva proposto di dirigere l’edizione della sera, che aveva intenzione di mettere in cantiere, di un quotidiano nazionale. ‘Rizzoli’, mi dice, ‘mi ha dato una lezione di economia che non ho mai dimenticato. Era in trattative con Mattei per acquistare dall’ENI, che ne era proprietaria, ‘Il Giorno’.

Si incontravano nei posti più impensati e alle ore più strane. Che so? Alle sei del mattino in via Veneto, a Roma. Un po’ per mantenere il segreto, un po’ perché ognuno dei due voleva far vedere all’altro quanto poco dormisse.

D’un tratto, mi telefona e mi dice che l’accordo è stato raggiunto e di tenermi pronto. ‘Quanto ti costa il giornale?’, gli chiedo. E lui: ‘Cinque miliardi’. Negli anni Sessanta era una cifra spaventosa. ‘Ma non è troppo?’, mi vien fatto istintivamente di dirgli.

‘Ma no, figurati”, mi risponde, ‘cinque miliardi si trovano.

Quel che è davvero difficile è trovare gli ottanta milioni da depositare dal notaio al momento della firma dell’atto!’”

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