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Sessant’anni al cinema

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IN ALTRI, LONTANI TEMPI
Anni Cinquanta: la sala buia del cinema nel primo pomeriggio di un giorno feriale.
Pochissimi spettatori, per fortuna. Il fumo di qualche sigaretta che si invola verso l’alto facendo strani giochi nell’incrociare le luci del proiettore.
Sullo schermo, rigorosamente, immagini in bianco e nero. Molto spesso, d’accanto, mio fratello.
Poi, all’improvviso, verso le quattro, quattro e mezza, la voce di mia madre che ci chiama bisbigliando e la sua figura che avanza, al seguito della ‘maschera’ che le illumina il cammino con la lampadina tascabile fugando per un attimo l’oscurità, per portarci la merenda.
A volte, specie quando sono solo, qualche figuro non certamente bene intenzionato mi si siede accanto come se nella sala completamente vuota non ci fosse possibilità di trovare posto altrove.
Dopo pochi istanti, mi offre una caramella (l’approccio, l’ho imparato, è sempre lo stesso).
A muso duro, infastidito e pronto a gridare se necessario, gli rispondo: “Non mi piacciono le caramelle”, e continuo imperterrito a guardare lo schermo.
So come devo comportarmi in caso di insistenza: mi alzo, chiamo la ‘maschera’ e poi cambio posto e sto a guardare quel che succede.
Sono preparato.
Vado al cinema tutti i giorni o quasi.
Per fortunate circostanze, mio padre ha da qualche tempo una tessera che consente a due persone di entrare gratuitamente in tutte le sale cinematografiche d’Italia ed io la sfrutto fino in fondo.
E’ un rettangolo rosso con le scritte in nero, plastificato (cosa per quei tempi straordinaria).
Con quello in mano si va direttamente all’ingresso senza passare dalla cassa, lo si mostra e si entra.
Più tardi, non so bene perché, quella tessera verrà sostituita prima con una che consente di vedere dovunque nel Paese un massimo di trenta film al mese e poi, alla fine, con una che permette l’ingresso solo al cinema Impero che è comunque il più bello della città.
Anni Sessanta: domenica mattina, alle dieci e trenta, al Vittoria.
Arrivo sempre almeno un quarto d’ora prima dell’inizio per farmi dare la scheda di presentazione, dettagliatissima, che Chino Gandini prepara per tutti i frequentatori del cineforum che colà organizza l’Università Popolare.
La scelta dei film è per autore o per tema e se ne vedono un’infinità.
Al termine, se Dio vuole, non c’è dibattito, e se per caso qualcuno si ferma a discutere del film, non partecipo.
Preferisco così: non mi piace analizzare le mie sensazioni a caldo né, a maggior ragione, farmi raccontare dagli altri cosa hanno provato o, peggio ancora, farmi dire cosa dovrei provare io.
Quando si cerca di spiegarsi, penso, molto di quello che si ha dentro va perduto.
All’improvviso, assai dolorosamente per me, viene a cessare questo rito della proiezione domenicale.
E’ un segno dei tempi e lo scoprirò dopo.
Il cinema, escluse rarissime eccezioni, peggiora.
Sembra non ci siano più storie da raccontare.
La gente diserta le sale e la concorrente televisione prevale su tutta la linea.
Mi defilo.
Cerco rifugio in altri interessi.
Quando posso frequento i locali ‘d’essai’ a Milano.
A Varese, qualcuno, purtroppo inutilmente e per poco tempo, prova a trasformare in tal senso il vecchio Centrale benemerito per generazioni di studenti che lo avevano frequentato religiosamente alla mattina bigiando quando, per poche lire, venivano proiettati due film diversi l’uno dopo l’altro.
E così, oramai da tempo sono ridotto a guardare il cinema in televisione e, per fortuna, molto ci è stato restituito da qualche anno in qua attraverso le videocassette e i dvd.
Non mi resta che invidiare Woody Allen che, nei film come nella vita, appena può corre a rivedere i vecchi ‘bianco e nero’ e a rivivere la sua giovinezza.

OGGI
Mi chiedo: un Giorgio Lotti di bel nuovo diciassettenne diventerebbe quel grande fotografo che è?
Giorgio, infatti, ogni qual volta gli venga richiesto quali siano stati i suoi inizi, ricorda che, appunto sedici/diciassettenne, ogni giorno o quasi, andava al cinema nel primo pomeriggio e ci restava fino a sera, fin quando sua madre, infuriata, arrivava a riprenderlo perché la cena era in tavola.
Vedeva il film una prima volta per seguire la storia narrata, una seconda per apprezzare la regia e una terza per scoprire gli accorgimenti e i trucchi della fotografia dei quali poi avrebbe fatto tesoro.
Oggi, con le regole imperanti nelle multisale, verrebbe buttato fuori alla fine del primo spettacolo e buona notte!
Fatto è che perfino le norme relative alla frequentazione dei cinema sono cambiate radicalmente e, per esempio e in proposito, quando la proiezione sta per finire, ecco
apparire un paio di ragazzotti che, adeguatamente piazzandosi, impongono e regolano l’uscita.
Una volta – va qui ripetuto per i giovani che non immaginano neppure quanto il mondo fosse diverso prima della loro nascita (uno di loro, con bella sicurezza, mi ha detto che “Lì dentro è sempre stato vietato fumare!”) – nelle sale cinematografiche si fumava alla grandissima tanto che tutti i cinema avevano il tetto apribile che si spalancava negli intervalli (tempo permettendo e ricordo occasioni nelle quali un improvviso temporale inzuppava gli spettatori subito in fuga e le poltroncine) per fare uscire quella ‘fumera’.
Fino a non molto tempo fa, infine, era usuale entrare anche a spettacolo cominciato: per quanto pazzesco possa sembrare, si completava la visione del film nella proiezione successiva e la gente capiva ugualmente la storia narrata (e chissà oggi).
Eccoci, quindi, obbligati, per rivedere una pellicola, ad aspettarne l’uscita in dvd, ma, naturalmente e per quanto grande possa essere il nostro schermo televisivo, mai riusciremo a godere in casa della magica atmosfera che, non appena si spengono le luci e scorrono le prime immagini sul grande telone, in sala si crea e ci cattura.

MdPR

(da “I film della nostra vita – 76 leader d’opinione raccontano il film più amato” – Ares Edizioni)

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