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In morte di Fernanda Pivano

Nessun commento Coccodrilli

18 agosto 2009

Dolente e addolorata. Ecco, se penso a Fernanda Pivano come persona e quindi al di là del mito (perché appunto nel mito si collocava oramai da decenni), è in cotal modo che la vedo.

Una quindicina d’anni orsono. Una cena al Rigolo, il ristorante a due passi dal Corriere. Una rapida visita all’abitazione di via Senato, laddove i libri, a milioni, occupavano ogni sia pur minimo spazio.

Un frammentato racconto, non tanto dei suoi amicali rapporti con Ernest Hemingway e con quei pazzi della Beat Generation – in merito ai quali, per ascoltare la sua testimonianza, avevo voluto incontrarla – quanto del suo unico amore, quello per il marito, Ettore Sottsass, che, giurava, lasciandola anni prima, l’aveva fatta morire.

Fernanda Pivano

Dappoiché, come all’unisono sostenevano Dashiell Hammett e Indro Montanelli, quando si ricorda qualcuno si finisce per parlare di se stessi e del proprio operare al massimo con qualche breve cenno al defunto, rammento che l’incipit (“Ieri ho incontrato Fernanda Pivano…”) del resoconto che avevo pubblicato di quella serata era finito dritto, dritto nella rubrica che l’impietoso settimanale satirico Cuore, allora in voga, usava per colpire tutto e tutti e che si intitolava ‘E chi se ne frega?”.

Beh, le telefonai per segnalarglielo e, forse incredibilmente, ne rise con me.

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