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In morte del varesino d’acquisto Mario D’Agata

Nessun commento Coccodrilli

4 apirle 2009

1955? Quasi certamente. All’Impero, un film in bianco e nero. Nel mentre la pellicola scorre, mi accorgo che un paio di file in avanti, di lato, sono seduti due uomini in tuta blu con la scritta ‘Ignis’ sulle spalle. Dai profili che riesco a carpire, pugili. (Quelli, i Cinquanta, con i successivi Sessanta, gli anni nei quali, per volere di Giovanni Borghi, inventore della sponsorizzazione, Varese ospitava campioni di ogni disciplina sportiva e i boxeur, come i cestisti e i ciclisti, in città erano di casa).

Arriva l’intervallo, si accende la luce e li riconosco: il grosso è senza dubbio Guido Mazzinghi (fratello maggiore dell’allora ancora ignoto Sandro) mentre il piccolo è Mario D’Agata. Per caso, ho in tasca carta e penna. Mi faccio coraggio, mi avvicino e chiedo un autografo. Sorridono i due e firmano.

Mario D’Agata

E’ questo il ricordo maggiormente lontano che ho dell’appena scomparso Mario D’Agata, il primo pugile italiano capace di conquistare un titolo mondiale dopo il mitico Carnera e quando la boxe era ancora una cosa seria e uno degli sport coralmente amati e seguiti anche in Italia. Legato a noi varesini da lunghi soggiorni dedicati agli allenamenti, il sordomuto D’Agata, già campione europeo dei pesi gallo, arriverà nel successivo 1956 al mondiale sconfiggendo il franco algerino Robert Cohen in un durissimo confronto. Obbligato poco dopo alla difesa della cintura, rifiutata la trasferta messicana e il temibile idolo colà locale Josè Becerra, andrà a Parigi per confrontarsi con Alphonse Halimi.

Indimenticabile per molti versi il match. Per tutti gli spettatori in generale: uno dei primi in assoluto trasmessi in Eurovisione, dominato all’inizio da Mario, interrotto d’improvviso da un calo delle luci che oscurano il ring, ripreso con un D’Agata di colpo ‘vuoto’ e un Halimi ‘risorto’ (mai capito il perché e infiniti i sospetti), vinto alla fine dal francese. Per i varesini in particolare, perché sullo schermo, incredibilmente, dopo e prima di ogni singolo gong, imperversava Camillo Faoro, il ‘nostro’ fotografo dell’epoca, in trasferta parigina al seguito di D’Agata e immortalato dalle telecamere nel mentre a bordo e dentro il quadrato si agitava intento al proprio lavoro.

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