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Parlandone da vivo
(Enzo Biagi)

Nessun commento Coccodrilli

6 novembre 2007

Odio i ‘coccodrilli’, quegli articoli dettati dalle convenzioni e governati dall’ipocrisia che tutti si affrettano a vergare non appena qualcuno di gran nome muore.

Odio i conformismi e così, per esempio, nel quinto anniversario della morte di Indro Montanelli, su Il Sole 24 Ore, nel mentre gente che quel toscanaccio non aveva mai amato in vita si affannava a raccontare quando e come lo avesse frequentato e quanto gli fosse amica, io ho ricordato come e perché non lo avessi mai incontrato.

Così, oggi, nel giorno della dipartita di Enzo Biagi, dopo avere assicurato ai familiari le mie preghiere, quel che mi viene alla mente è che proprio Biagi è stato e rimane, imbattuto, il bersaglio preferito e più facile delle mie ‘Pignolerie’.

Allorquando, lo scorso anno, ho raccolto in un volume, scegliendo fior da fiore, il meglio delle mie feroci punzecchiature apparse sul Foglio a partire dal 1996, ben sessantatre pagine erano dedicate ai suoi abbagli, alle sue invenzioni letterarie, storiche, cinematografiche e via, via elencando.

Enzo Biagi

Farò qui, diabolicamente ispirato e parlandone da vivo (come si dice) ad evitare che mi venga a tirare i piedi mentre dormo, un solo esempio riportando quanto ebbi a osservare a proposito di un suo articolo il 29 dicembre 1998.

“Con l’apparente noncuranza che, ai meno attenti, sembra, da sempre, appartenergli e che contribuisce a caratterizzarlo come uno dei pochissimi veri ‘cavalli di razza’ del giornalismo italiano, la cui parola è Vangelo, Enzo Biagi – reduce da un soggiorno a Cuba a proposito del quale abbiamo letto su tutti o quasi i giornali e che è stato oggetto anche di un programma televisivo di grande successo che purtroppo ci è sfuggito – ha confidato ai lettori dell’ultimo numero de L’Espresso, nella sua rubrica ‘Annali’, i sentimenti che lo hanno percorso nella peregrinazione nell’isola di Fidel Castro e si è intrattenuto sulle varie ragioni che, da qualche anno, fanno sì che Cuba sia una delle mete favorite dei turisti italiani.

Nell’esaminare poi quello che definisce il ‘richiamo letterario’ di quella terra, parlando naturalmente di Ernest Hemingway, scrive: “Molte lapidi ricordano i suoi soggiorni. Capitò per la prima volta a L’Avana nel 1936 e prese alloggio all’hotel Ambos Mundo. Andava a mangiare e soprattutto a bere al Floridita”.

Poco più oltre: “Ci capitava con Mary, la quarta moglie, e con gli amici…”.

E ancora: “Qui aveva la sua barca che si chiamava come la protagonista di ‘Per chi suona la campana”: Pilar. E il suo amico pescatore, Gregorio Fuentes, con il quale andava alla caccia del pesce spada e di belle trame da raccontare: compresa una, ‘Il vecchio e il mare’, di cui era l’eroe. Da qui partì per andare alla guerra di Spagna… Qui venne a trovarlo anche Ivana Ivancich, la nobile ragazza veneziana di cui si era invaghito”.

E infine: “…si uccise con un colpo di fucile il 2 luglio 1962 a Ketchum, Idaho…”.

Che dire, se non che alla luce delle tante novità proposte da Biagi e contenute in queste brevi note sulla vita di Hemingway (che credevamo, ahinoi, di conoscere) bisognerà che qualcuno ne riscriva la biografia e che i poveri libri e studi che sullo scrittore americano hanno per lunghi anni scritto e condotto Fernanda Pivano, Carlos Baker, Anthony Burgess, fra gli altri, vanno decisamente cestinati perché pieni di inesattezze?

E pensare che fino ad oggi credevamo che Ernest fosse arrivato a L’Avana per la prima volta nel 1932 (e non nel 1936) durante una spedizione di pesca con Joe Russell (così concordemente, i tre citati biografi). Che in quell’occasione, e comunque, anche nel 1936, fosse sposato ancora con Pauline Pfeiffer, sua seconda moglie, e non con Mary Welsh che si diceva avesse sposato solo il 14 marzo 1946. Che la sua barca si chiamasse sì Pilar, ma che questo non fosse il nome della protagonista di ‘Per chi suona la campana’ che pensavamo si chiamasse Maria, ma quello della zingara guerrigliera ‘coprotagonista’ del romanzo. Che a caccia di ‘marlin’ e non di “pesce spada” – all’epoca del primo soggiorno cubano – andasse con il vecchio Carlos Gutierrez e non con Gregorio Fuentes. Che, come affermano sia Pivano che Baker, proprio Gutierrez gli avesse raccontato nel 1935 la storia dalla quale nascerà ‘Il vecchio e il mare’. Che fosse arrivato a Barcellona il 16 marzo 1937 in volo da Parigi e prima ancora da Miami e non da Cuba. Che la giovane Ivancich si chiamasse Adriana e non Ivana. Che gli Ivancich – sia pure da qualche tempo a Venezia – non fossero veneziani essendo originari di Lussimpiccolo, sull’isola di Lussino al largo della costa dalmata. Che, per finire, Hemingway si fosse ucciso il 2 luglio 1961 e non 1962.

Quanti errori da parte nostra, quante imprecisioni della pur mitica Fernanda Pivano, quanta sciatteria da parte del cosiddetto ‘biografo ufficiale’ Carlos Baker, quanta superficialità da parte di Anthony Burges, quanta incompetenza e mancanza di approfondimento da parte di coloro (e sono mille!) che, negli anni, alla vita e alla produzione letteraria dell’autore de ‘I quarantanove racconti’ si sono dedicati.

Ora, comunque, alla luce delle ricerche e dei resoconti del Maestro Enzo Biagi, finalmente, su Hemingway e Cuba è tutto definitivamente chiaro”.

Sarcasmo a parte, forse, alla fine, quel che si può dire è che se un giornalista capace di scrivere con tanta trascuratezza è diventato ciò malgrado famoso almeno una ragione ci deve essere.

Purtroppo, per quanto mi sforzi, non riesco – per mia colpa certamente – a trovarla!

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